One of a Kind - Recensione

One of a Kind

Una recensione molto particolare, non per il contenuto della stessa, ma per l’argomento trattato dal libro in esame. “One of a Kind” narra la biografia di uno dei più grandi giocatori di poker mai esistiti: Stu Ungar. Lorenzo Draghi ci racconta di questo libro e delle forte emozioni che prova nel ripensare alla storia di Stu Ungar!

La recensione di One of a Kind

Questa settimana voglio parlarvi di un libro sul poker un po’ diverso dal solito, perche non si tratta del solito libro di strategia, oppure di gestione del tilt, ma del racconto della vita del più grande giocatore di poker di tutti i tempi. Non me ne vogliano i vari Doyle Brunson piuttosto che Phil Hellmuth, perché penso sia chiaro a tutti come, sotto l’aspetto prettamente tecnico del gioco, Stu Ungar, è di lui infatti che stiamo parlando, sia stato il più forte di tutti, cash game o torneo per Stuey non vi era alcuna differenza.

“One of a kind” ha una narrazione fluida e piacevole e devo dire che una volta iniziato non si riesce più a smettere di leggere, finendo con il trovarci alla fine in un batter d’occhio. I fatti vengono narrati dall’infanzia di Stu Ungar, trascorsa a New York dove il padre gestiva una sala scommesse, fino ad arrivare alla morte prematura a Las Vegas, in un dannatissimo motel.

La vita in "One of a Kind"

Tutti i momenti più salienti sono raccontati in “One of a kind” , tasto per il quale lo scrittore si è avvalso della collaborazione di tantissimi personaggi del mondo del poker, in primis Mike Sexton, il miglior amico di Stu Ungar, il quale gli è stato vicino anche nei momenti più duri e difficili, oggi commentatore per il WPT.

Gli eventi narrati in “One of a kind” non possono non affascinare qualsiasi giocatore di poker, ma non solo questi ultimi, come quando Stu Ungar vinse le World Series of Poker contro Doyle Brunson, oppure l’epico scontro Heads Up di cui vi avevo parlato in un mio precedente articolo, o ancora quando Stuey non si presentò per il final day di un Wsop nonostante fosse chip leader assoluto, basti pensare che la quantità di chips accumulate gli permise di arrivare in the money senza neppur giocare una mano, perché rantolante in una squallida stanza di motel.

Il grande Stu Ungar

E’ leggendo il libro che ci rende conto dell’immenso talento di Stu Ungar, di cui purtroppo ne abbiamo avuto testimonianza solo a sprazzi, e di come qualsiasi gioco di carte fosse per lui di una naturalezza imbarazzante.

Ricordiamoci infatti che il vero gioco di Stu Ungar era il Gin Rummy, simile al nostro Ramino, e che nessuno era il grado di batterlo a questo gioco al punto che, dopo l’ennesimo torneo vinto a Las Vegas, gli fu proibito di partecipare a nuovi tornei. Pensate se oggigiorno venissero proibite le World Series of Poker ai vari Ivey, Hellmuth e compagnia!

E’ infatti dello stesso Stu Ungar questa bellissima frase: “forse un giorno potrà nascere qualcuno più forte di me ad Hold’em, ma a Gin Rummy nessuno e dico nessuno sarà mai in grado di arrivare al mio livello”.